UN ESTRATTO DAL MANUALE “LE NUOVE ARTITERAPIE” ED. FRANCO ANGELI, APRILE 2013

UN ESTRATTO DAL MANUALE “LE NUOVE ARTITERAPIE” ED. FRANCO ANGELI, APRILE 2013

Corpo individuale, corpo collettivo:

la Dmt per una Relazione Creativa

di Fernando Battista

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“….Ho delle notizie sorprendenti da darvi. L’uomo non è solo su questo pianeta. Egli è parte di una comunità, dalla quale dipende, in maniera assoluta.”[1] Questo dice il maestro gorilla nel romanzo Ishmael di D. Quinn. Il senso della tradizione, dell’appartenere era proprio delle collettività primitive, e definiva regole, gerarchie, stili di vita, riti e usanze. La sacralità del cerchio di appartenenza, al quale ogni soggetto della comunità sedeva, ognuno al suo posto, definito da regole dalla tradizione in termini spaziali e gerarchici, dettava una struttura interna alla collettività e definiva il sentirsi parte di un qualcosa che amplificava, in senso gruppale, l’identità di ognuno. Ma, questo senso di appartenenza, ormai noto, e che fa risiedere le sue origini nelle civiltà più antiche, appartiene solo agli esseri viventi, animali o umani che siano, o possiamo andare oltre nello spazio tempo e usare un’altra lente per vedere più in profondità?

Il senso dell’appartenere a qualcosa, si è trasformato e si è in parte perso nella società attuale, e spesso ci si sente parte di nulla, ci si ritrova travolti da mille impegni che dettano le regole della nostra vita perdendo il senso di quello che il “cerchio” di appartenenza definiva nel nostro fare pratico e psichico, nella relazione con gli appartenenti allo stesso cerchio, esasperando una individualità che spinge ad una lettura della vita isolata all’interno di una collettività, e che contribuisce spesso a rabbia, evitamento e isolamento.

Il bisogno di appartenere, non ci pone al riparo rispetto a quanto il gruppo può mostrare nel suoi risvolti oscuri. L’appartenenza non consapevole può definire situazioni di degenerazione dove il gruppo può fagocitare l’individualità e far si che la persona si trovi ad abdicare il proprio essere, la propria libertà nel nome di ideologie che il gruppo manifesta. Scompare l’individualità in favore di una ideologia che diventa dogmatismo per gli appartenenti e che può diventare fanatismo. Può essere quindi esaltata, come dice la Klein, la dimensione nevrotica dell’individuo che si può manifestare in un gruppo direttivo con la veste dell’autorità che caratterizza il gruppo e le dinamiche conseguenti oppure psicotica dove la caratteristica non direttiva favorisce un ambito regressivo.

L’approccio Junghiano piuttosto che quello psicoanalitico, ci riportano al senso di coscienza della persona in seno al gruppo ed in particolare la definizione di una “realizzazione di sé” o di una identificazione di sé all’interno del gruppo

attraverso l’individuazione, cioè il riconoscimento del singolo in seno al gruppo stesso, che favorisce il dialogo io-gruppo e che lascia definire una individualità strutturante per l’individuo……

[1] Quinn D., Ismael, New York, 1992