“ANIME MIGRANTI” # Progetto Intercultura

ANIME MIGRANTI: LA DANZA CHE UNISCE

striscione finale Anime Migranti 2017

A chi pensa che i migranti puzzino e ci rubino il lavoro e che gli studenti del liceo siano svogliati e senza passione Fernando Battista risponde con Anime migranti sbaragliando entrambi gli stereotipi in un colpo solo.

Insegnante di sostegno, danza movimento terapeuta, counselor e recentemente curatore delle coreografie di Mistero buffo realizzato da Asinitas. Fernando è anche l’ideatore di Anime migrantiprogetto che da quattro anni coinvolge studenti dell’istituto tecnico per il turismo Livia Bottardi e i rifugiati politici e richiedenti asilo di Laboratorio 53 Onlus. L’idea nasce in seguito a uno sgombero di stranieri a Tor Sapienza e si avvale delle competenze di un master in peace keeping concluso con una tesi in danzamovimento terapia come inclusione alla pace.

“La sommossa popolare contro gli stranieri del centro a Tor Sapienza con gli annessi pregiudizi mi ha fatto interrogare su come potessi intervenire. Al di là delle parole doveva esistere un progetto con un obiettivo educativo per italiani e migranti. Serviva qualcosa che potesse far conoscere le relative realtà, fare incontrare attraverso la danza e il gioco abbattendo la barriera linguistica” spiega il docente.

Il progetto di quest’anno ha visto 10 incontri, 8 nella sede di Laboratorio 53 e 2 a scuola e ha portato alla realizzazione di un corto di 30 minuti a carattere documentaristico che verrà proiettato il 6 giugno al Teatro dell’angelo, in occasione della rassegna teatro scuola della rete Otis che coinvolge istituti italiani ed esteri.

La mia attenzione è stata sempre al processo e non al prodotto. Il prodotto è venuto cucendo le proposte vissute durante il percorso, dandogli una sequenza narrativa”.

Le classi interessate sono state le 3, le 4 e le 5 per un discorso di maturità. “Gli incontri richiedevano un’ora di metro e costanza nella presenza per non creare interruzioni per i migranti che già ne hanno avute tante nella vita. I ragazzi sono rimasti anche fino alle nove di sera e si sono dimostrati estremamente responsabili. Si è creato un legame fortissimo, tuttora si vedono e si scrivono”.

A fare aderire i partecipanti è stata la passione con cui il docente ha presentato il suo progetto.

Ha chiesto se eravamo curiosi non importava se eravamo bravi a scuola o no, gli interessavano le persone che volevano passare il confine e guardare dietro la nebbia. Per questo sono qui ” spiega Davide, ragazzo del Bottardi che ha partecipato al laboratorio.

Laboratorio di Anime Migranti

Attingendo all’area etnoantropologica della danza terapia Fernando ha messo al centro del suo lavoro il corpo, che permette di manifestare all’esterno un simbolo interno. Il corpo nell’adolescenza è importantissimo in un momento nel quale si ha un approccio difficile con il fisico e si ha paura di esprimere il proprio stato, in più per i rifugiati il corpo è stato mortificato e manipolato.

Il mio corpo era freddo” dice Bubacar del Senegal “dopo due anni di laboratorio con Fernando è ridiventato vivo” e Davide aggiunge in dialetto “te pija, te tocca ballà”.

E’ un luogo culturale: ancora prima di riuscire ad imparare un vocabolario lessicale impariamo un linguaggio corporale, è il luogo della nostra identità. Se non abbiamo chiara la nostra identità è difficile riconoscere l’altro” spiega Fernando.

Studenti italiani e migranti si sono incontrati nelle linee di confine, nelle regole che valgono per entrambi e la possibilità di entrare in contatto li ha aperti. Gli studenti hanno portato: curiosità del diverso, conoscenza di coetanei, Roma, i migranti, il loro mondo.

Il laboratorio si è avvalso di diverse tecniche artistiche, canto, pittura, narrazione e anche scrittura, quest’ultima solo in un secondo momento, dopo aver aperto gli altri canali attraverso la danza “le parole trovano un significato diverso una volta che il corpo è stato attivato”.

studenti del progetto Anime migranti

Negli incontri hanno raccontato la vita, l’amore, la relazione, la morte, hanno giocato con le emozioni attraverso il dialogo . “Sono ragazzi come noi, non extraterrestri vogliono fare le nostre stesse cose vedere gli amici, uscire, ma hanno vissuto situazioni molto dure” racconta Davide.

Il corso mi ha lasciato cultura, nel senso di parlare dopo aver conosciuto” spiega Damiano,“con cognizione di causa” aggiunge Flavia “Questi incontri mi hanno aiutato ad avere più fiducia in me stessa e negli altri. Senti l’energia che passa ma non si tocca quando poi ti abbracci capisci che hai desiderato farlo tutto il tempo. Le emozioni che non hanno limiti e aprirsi è uno dei migliori inviti che una scuola possa fare” spiega Giulia e aggiunge “Semplicità, spesso si pensa che per essere felici bisogna avere delle cose concrete, macchina cellulare, ma lì noi siamo stati felici con niente, solo con la giusta compagnia” .

“Dicono che dobbiamo stare in stanze diverse ma alla fine le emozioni sono sempre le stesse” canta Mwaran Mohamed in un testo composto per il laboratorio “Momenti speciali dal primo all’ultimo” spiega ancora Mwaran, al suo secondo anno “un’attività di questo tipo nella scuola è importante perché la società ci porta ad avere pregiudizi. Bisognerebbe rompere questa cecità estendendo l’esperienza ad altre scuole a partire dalle elementari, perché noi siamo già formati, abbiamo scelto di partecipare, ma loro? Vorrei che questi corsi fossero la normalità non l’eccezione”.

Elena Fratini

24/05/2017

 

Favorire l’accoglienza e l’integrazione dei migranti attraverso una versione speciale di danza. È questo l’obiettivo del progetto “Anime migranti” che, giunto al suo secondo anno di vita, fa incontrare migranti e adolescenti in quel percorso comune di ricostruzione in un contesto di vita nuovo.

Ne parlano tutti, dai giornali ai talk show televisivi, dalle associazioni umanitarie alla Protezione Civile, dalle amministrazioni pubbliche ai cittadini. Hanno dato loro un nome per ogni occasione: immigrati, extra-comunitari, clandestini, profughi, migranti, richiedenti asilo, aventi e non diritto, ma nessuno, o forse troppo pochi, ne parlano come persone, e tantomeno come anime.

Ci prova l’ONU, che dal 2013 finanzia un progetto proposto dall’associazione romana Laboratorio 53, Anime Migrantiappunto, che si sforza di proporre attività rivolte all’integrazione di queste persone che hanno una storia, una casa, amici, un quartiere di appartenenza, degli affetti, una famiglia ma che hanno dovuto abbandonare tutto per un imprescindibile bisogno di fuga dal loro paese e darsi una prospettiva di vita possibile.

Danza movimento

Lo strumento atipico utilizzato per raggiungere lo scopo integrativo di accoglienza è una versione speciale di danza. Fernando Battista, socio dell’associazione e docente-formatore in Danzamovimentoterapia per il progetto, insieme a Monica Serrano, fondatrice dell’associazione, attinge alla sua esperienza di docente di sostegno per persone con abilità speciali e un master in Peace Keeping per costruire un’esperienza che lascerà il segno, e anche un sogno.

È infatti nel secondo anno del progetto, da quando cioè l’attività riservata alla partecipazione di soli migranti si apre agli studenti dell’Istituto Tecnico per il Turismo Livia Bottardi seguiti dal professor Battista, che l’integrazione arriva al suo apice diventando reale, concreta, umana, duratura e epidemica, come lui stesso aveva inizialmente intuito.

“Ho pensato che i ragazzi migranti e gli adolescenti della mia scuola avevano caratteristiche molto simili, con uguali bisogni, e poteva avere una funzione educativa per entrambi. Sono in un momento di passaggio, gli uni per la fase della vita e gli altri per il cambiamento delle abitudini dovute al trasferimento dal proprio paese. Il corpo viene investito in entrambi i casi da cambiamenti, per i processi evolutivi da una parte e per aver subito minacce e violenze dall’altra, e deve diventare un mezzo di ricostruzione e restituzione di una propria identità, creando relazione e senso di appartenenza”.

Condivisione

Allora ombre senza volto, figure anonime in terra straniera, diventano persone vive con una loro precisa realtà: scopriamo che il ragazzo malese è un giornalista scappato da Mali dopo il colpo di stato del 2012 per sfuggire all’esecuzione inflitta a tutti gli iscritti al partito comunista; non torna da quattro anni al suo paese ma ha saputo che la nonna con cui viveva è morta di dolore il giorno stesso in cui lui è partito. Il giovane della Costa d’Avorio non espatria per emergenza politica ma per instabilità tra gruppi etnici che gli impedivano di realizzare il suo sogno di giocare professionalmente a pallacanestro; ha un permesso internazionale e gioca per la squadra di Calasetta a Carloforte.

“Uno scappava per necessità e l’altro per raggiungere un sogno”, ci sottolinea Fernando. “E’ stato importante per i ragazzi che li hanno ascoltati sentire le loro storie. Rimanevano a bocca aperta, interdetti. Abbiamo risvegliato la parte più sensibile dei ragazzi verso questi coetanei. Comprendevano che pur non avendo niente, riuscivano a dare valore a delle cose mentre noi non riusciamo più a godere di tutto quello che abbiamo”.

Il lavoro col corpo è diventato la porta dimensionale che ha aperto nuovi paradigmi di socializzazione e approccio alla reciproca conoscenza. “Il lavoro è partito con l’uso della danza”, ci spiega Fernando, che è anche fondatore dell’associazione Corpi Sensibili che si occupa di danza terapia e counseling, “perché la prima barriera era linguistica. Molti non parlavano italiano e il corpo è transculturale e transgenerazionale. Aveva la funzione di metterli tutti sullo stesso piano lavorando sull’autostima, sul riconoscersi e sul creare la propria identità”.

Allora i saluti ritmici, la gestualità, l’uso delle maschere, la danza come funzione ritualistica antropologica diventano l’introduzione a narrazione di storie espresse in movimento “sulla linea di confine che segna le loro differenze non solo fisiche ma anche culturali”, aggiunge Fernando. “L’arte è stata usata come metodo per potersi raccontare evitando domande dirette, con movimenti e colore. I migranti hanno potuto esprimere il proprio vissuto del viaggio e gli adolescenti il loro mondo interiore senza dover chiedere come stai, stai bene o male; solo attraverso la felicità del corpo e l’espressione dell’arte in generale”.

Laboratorio 2016

Il progetto Anime Migranti, con i suoi dieci incontri primaverili del giovedì, è alla sua quarta edificante edizione e proseguirà nel 2017. Ha il pregio di aver unito, attraverso l’entusiasmo puntuale e desideroso degli studenti, la zona di Tor Sapienza, una periferia d’intolleranza e pregiudizio ad Est di Roma, che aveva fatto sgomberare dei minori migranti, e la zona San Paolo a Sud, sede dell’associazione Laboratorio 53.

Era un’attività facoltativa della scuola e non era scontato che i ragazzi continuassero a seguire l’iniziativa, ma ogni giovedì attraversavano inarrestabili la capitale per un’ora di viaggio in autobus, pur di non mancare all’appuntamento. “È stato un incontro di scoperta e curiosità da entrambe le parti», prosegue il docente. «Inizialmente non sapevo bene quale potesse essere la risposta dei ragazzi: il lavoro sul corpo con la danza è un lavoro delicato perché fa scattare subito gli schemi dell’hip-pop. Avevo paure e dubbi ed è stata una grande sorpresa vedere tutto questo entusiasmo nel cercarsi gli uni con gli altri e nell’aspettare il giorno in cui si sarebbero rivisiti e condividere spazi, gioie e tristezze”.

Sono nate relazioni anche all’esterno della scuola, i ragazzi hanno portato i loro nuovi amici a conoscere Roma, li hanno presentati alle loro famiglie. A conclusione del progetto hanno creato un manifesto lungo 10 metri con colori, con l’impronta delle mani dei partecipanti e scritte in tutte le lingue che riassumevano così Anime migranti 2016: “Ognuno di noi è un essere meraviglioso, unico e irripetibile”. Uno degli studenti, Marwan Mohammed, che fa parte della band della scuola Psyco Circus, si presenta l’ultimo giorno di laboratorio con la chitarra e questo testo scritto da lui: “Liberi di Sognare”, un capolavoro di umanità.

Gruppo a braccia tese

Il loro diario di bordo è ricco di riflessioni profonde che sono state replicate anche nell’intervista-questionario cui hanno dovuto rispondere alla fine dell’esperienza, dove esprimono, secondo il loro punto di vista, l’importanza del lavoro svolto. Ne condividiamo alcune, perché il sogno di un mondo condiviso in armonia continui.

Bubakar del Senegal

Quando non ti muovi non puoi sentire. Non sei lo stesso. Se non ti muovi non sei niente. Non ti senti a posto. Se non fai i movimenti non ti puoi riposare. Questa esperienza mi ha fatto vedere le persone in un alto modo. Mi ha cambiato molto. Mi ha fatto felice. Adesso sento il mio corpo molto diverso. Prima era freddo, adesso , dopo due anni di laboratorio con Fernando, il mio corpo mi piace.

Simone, Roma

Noi siamo fratelli, come ha detto Mohammed, poiché in questi diversi incontri facendo la nostra conoscenza e condividendo tutto, a distanza di poco tempo siamo diventati una grande famiglia. Non posso che ringraziare questi coraggiosi ragazzi per tutto ciò che mi hanno trasmesso…. tra emozioni, conoscenza e cultura.

Olena, Roma originaria della Romania
Ogni essere è dotato della capacità di intuire immediatamente l’anima dell’altro. Noi vediamo l’interno degli altri esseri umani con la stessa chiarezza con cui vediamo i colori, con cui sentiamo i suoni. Quando non ci facciamo trarre in inganno dalla maschera non possiamo sbagliare.

E il sogno continua… Non può che continuare.

Per saperne di più:
https://www.youtube.com/watch?v=W9xtuj9WjUU
www.corpisensibili.com
http://www.istitutoliviabottardi.gov.it/
www.laboratorio53.it